LA FONDAZIONE FRANCO DEMARCHI A EDUCA 2016

LA FONDAZIONE FRANCO DEMARCHI A EDUCA 2016

“La ‎Fondazione ha partecipato - con convinzione ed impegno - alla preparazione e realizzazione di Educa 2016. Lo abbiamo fatto per diverse ragioni. Innanzitutto perché l'educazione, per noi, è un bene comune e non privato. È uno dei fondamenti della cittadinanza e, quindi, deve essere pubblicamente riconosciuta come tale. Un festival dell'educazione serve anche a questo: a far riconoscere come socialmente valido l'agire educativo...

In secondo luogo, in quanto soggetto significativo del mondo sociale ed educativo trentino -promotore di educazione degli adulti attraverso l'esperienza dell'Università della Terza Età e del Tempo Disponibile, di offerte formative per gli operatori sociali, sanitari, ed educativi - riteniamo essenziale oggi lo sviluppo di competenze educative di tutti i cittadini, professionisti e non. Per questo abbiamo proposto alcuni momenti dedicati a prospettive innovative in campo educativo e sociale: l'esperienza della "biblioteca vivente", strumento culturale di contrasto dei pregiudizi nei confronti delle minoranze emarginate; la pedagogia derivante dalla cultura hip hop; l'educazione all'utilizzo consapevole del web; la clownerie come modalità per praticare regole liberanti; la gestione delle regole nella vita familiare e, in particolare, nel rapporto tra genitori e figli; la rilettura critica delle lezioni di alcuni maestri della libertà come Mario Lodi, Danilo dolci e don Lorenzo Milani.

Il percorso ora prosegue. Le tematiche affrontate diventeranno proposte formative per operatori professionisti in ambito sociale ed educativo e per cittadini, con lo scopo di contribuire allo sviluppo delle capacità di costruire conoscenza nelle comunità trentine.”

Piergiorgio Reggio, presidente Fondazione Franco Demarchi.

 

 

GLI INCONTRI E I LABORATORI IN SINTESI

 

DAL CARCERE: LA BIBLIOTECA VIVIENTE - Incontro

“Sul carcere aleggiano numerose forme di pregiudizio – ha spiegato Ulderico Maggi – e proprio il pregiudizio è uno degli elementi basilari della Biblioteca Umana. Altro elemento sono le narrazioni biografiche e il terzo sono gli incontri tra le persone, le micro-relazioni che si sviluppano al momento”. In sostanza la Biblioteca Umana funziona come una vera biblioteca in cui il lettore sceglie un libro, costituto in questo caso da una persona in carne ed ossa che racconta la propria storia. “Di scritto non c’è niente - ha spiegato Ulderico Maggi - ma c’è una relazione umana che non esiste nei libri di carta. Ci sono persone che si mettono a disposizione raccontando la propria storia. La Biblioteca Vivente sceglie di lavorare sul livello emotivo e relazionale e crea una situazione in cui sono presenti i corpi fisici delle persone coinvolte, quelli del narratore e del lettore, costretti a stare l’uno accanto all’altro.”

All’incontro è intervenuto Julian Dosti, nato in Albania e attualmente detenuto nel carcere di Bollate, dove si è diplomato e dove si sta per laureare in filosofia. Ha riportato la sua esperienza all’interno del carcere, difficile soprattutto per la convivenza con regole che non sono scritte. “Il carcere alza un muro che non permette il confronto con l’esterno dove è presente il pregiudizio - ha raccontato Julian Dosti, che da qualche tempo si sta mettendo in gioco come Libro Vivente - raccontare la mia storia mi aiuta a liberare la mia anima di un peso, mi aiuta a crescere, a diventare più responsabile, ma soprattutto mi permette di condividere il mio dolore con il lettore. Nel momento di relazione non sono più una matricola, un numero come sono in carcere, ma sono una persona. Attraverso l’esperienza del Libro Vivente si elabora e si crea una forma di responsabilità, che aiuta a far cadere il muro del pregiudizio nel lettore che in quel momento diventa il mio miglior amico”.

Francesca Rapanà, ricercatrice in scienze cognitive e della formazione

Ulderico Maggi, formatore e consulente pedagogico (ABCittà)

Julian Dosti, portatore dell’esperienza di Libro Vivente

 

PUNIRE NON SERVE A NULLA Incontro

Il principio cardine dell’educazione è l’organizzazione, la capacità di strutturare confini e autonomie secondo la fase psico-evolutiva corrispondente. Dai 0 ai 10 anni il bambino è abitudinario e ha la necessità di avere consuetudini che si ripetono. Non è necessario dare delle spiegazioni”. Ma cosa fare se un bambino non segue le regole? “È necessario seguire innanzitutto tre principi chiave. In primis devono essere chiare: una regola ha bisogno al massimo di cinque parole, altrimenti il bambino entra in confusione. Devono poi essere condivise da entrambe i genitori e infine devono essere coerenti con l’età; l’infanzia ha bisogno di regole chiare e condivise, gli adolescenti, più vicini all’età adulta, hanno bisogno di negoziarle.

Per imparare a vivere e ad apprendere da ciò che non conosce, il bambino ha bisogno di sbagliare senza essere punito.

Educare senza punire è possibile e realistico. I genitori sono la più grande risorsa che i figli hanno. Fare le mosse giuste si può ed è il nostro compito”.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti e docente all’Università Cattolica di Milano

 

TRASGREDIRE IL CONFORMISMO EDUCATIVO Incontro

“Mario Lodi, Danilo Dolci e Don Milani sono nati nello stesso decennio del fascismo, hanno vissuto in luoghi di provincia che ispiravano la trasformazione e l’innovazione educativa. Le comunità nelle quali hanno agito sono state determinanti per il successo delle loro azioni. Avevano inoltre in comune la passione per l’arte”. Diego Masi presentando la grafic novel dedicata a Lodi ha sottolineato come emerga l’aspetto politico di questo maestro, l’impegno quotidiano con i bambini, nei processi centrati sull’educazione, la ricerca, la partecipazione e la collaborazione. “In Lodi troviamo vere e proprie pratiche di cittadinanza e l’infanzia assume una dimensione sociale e politica, oggi divenuta più introspettiva”.

Reggio, autore del libro Lo schiaffo di Don Milani – il mito educativo di Barbiana, ha spiegato come Lodi e Don Milani abbiano educato con il fare concreto dei ragazzi. Per Don Milani da ogni cosa si può apprendere, purché ci sia il passaggio della trasformazione. Nella sua esperienza l’elemento della giustizia è sempre presente e nonostante sia Lodi che Don Milani nascano in luoghi rurali, la loro scuola è viva”.

Danilo Dolci viene invece ricordato nelle storie-fumetto presentate, per i suoi scioperi “alla rovescia” e le azioni collettive nonviolente condotte con il digiuno e documentando e denunciando il dominio mafioso della sua Sicilia.

Don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Danilo Dolci con la loro testimonianza concreta hanno indicato le direzioni per costruire saperi validi non solo per sé, ma per la società.

Questi maestri hanno cercato di liberare l’educazione trasgredendo le regole del conformismo pedagogico della propria epoca e creando nuove pratiche educative. Le loro lezioni costituiscono il filo rosso di un’educazione critica che richiede di essere continuamente reinventata nel contesto sociale e culturale attuale”.

Durante l’incontro sono state presentate le graphic novel pubblicate dall’editore Becco Giallo: Don Milani, Bestie, uomini e Dio; Mario Lodi, Pratiche di libertà nel paese sbagliato; Danilo Dolci, Verso un mondo nuovo, mediterraneo.

Diego Di Masi, ricercatore postdoc all’Università di Padova

Piergiorgio Reggio, docente all’Università Cattolica di Milano-Brescia e all’Università di Trento, presidente della Fondazione Franco Demarchi

 

WEB: SPAZIO DELLA LIBERTÀ O DEL CONTROLLO – Laboratorio

“Sul web, in particolare attraverso i social network, tutti hanno la possibilità di esprimersi e di partecipare ai flussi informativi diventando fonti di notizie e produttori di contenuti. Attraverso una messa in discussione critica si è riflettuto su come sia auspicabile riuscire a far gestire lo spazio web ai figli e si è lavorato sui rischi e sulla responsabilità dell’utilizzo dei nuovi media nelle scuole. Si sono costituiti due gruppi di lavoro, gli ottimisti i pessimisti che hanno lavorato sull’analisi dei diversi punti di vista e, attraverso la messa in luce di parole chiave, si è giunti alla conclusione di non demonizzare, ma di mettersi in discussione rispetto al web e rispetto ai mezzi tecnologici.

Le fonti presentate fanno riferimento al modello di Tisseron Serge, autore del testo 3-6-9-12 - Diventare grandi all'epoca degli schermi digitali, e alle regole di Janell Burley Hofmann e al suo libro iRules - Come educare figli iperconnessi.

È emersa la necessità di non basarsi su di un governo assoluto, che detta leggi e regole, ma di affidarsi ad un governo democratico e partecipato che definisca, attraverso un ragionamento condiviso, come sia possibile utilizzare e dialogare attraverso gli strumenti digitali".

Luca Rossetti, si occupa di progettazione, gestione di interventi partecipati e di formazione

Elena Valdameri, pedagogista impegnata nella formazione e nella ricerca

 

LA VISIONE DEL CLOWN – Laboratorio

“Il percorso proposto dalla clownerie è un percorso che parla di libertà. La libertà di essere se stessi, quella di perdere tempo alla ricerca della semplicità del ridere e del sognare, la libertà di parlare a chiunque fuori da schemi e stereotipi. Nel suo essere, il clown diviene libero di esprimere i propri difetti e farli diventare i suoi punti di forza, ma soprattutto la libertà di giocare con sé senza mai in ridere di sé.

Riprendendo la visione dei Barabba’s clown, il clown è colui che vedendo per terra una moneta e un fiore, sceglie il fiore.

Il rapporto con la regola, mette in relazione il clown Bianco e l’Augusto, due delle figure della clownerie della tradizione circense. Il clown Bianco identifica la direttività e la parte razionale, utilizza la regola per entrare in relazione, per parlare di sé e affermare la propria identità nel rapporto con il clown Augusto. L’Augusto, il sognatore pasticcione, cerca in ogni occasione di reinterpretare le regole, riscrivendole seguendo la propria visione poetica della vita.”

Ilaria Caelli, psicologa e formatrice esperta in processi di apprendimento esperienziale

Paolo Mandelli, educatore, formatore e clown

 

VIETATO NON GIOCARE Laboratorio 

“Al laboratorio hanno partecipato sia genitori che educatori ed insegnanti. Stimolati dalla lettura di alcune frasi sul tema dell’educazione si è avviato un confronto su cosa vuol dire educare oggi, riflettendo sul modo personale di vivere la regola all’interno della relazione comunicativa con il figlio o con l’allievo. Si è discusso inoltre sulla differenza tra comando e regola educativa e sull’importanza della definizione di regole nel processo educativo, purché espresse con chiarezza, come principio di organizzazione e come strumento fondamentale per sviluppare l’autonomia e la libertà delle persone. L’argomento è stato discusso e approfondito utilizzando esempi relativi alle varie fasce di età della crescita.”

Daniela Drago, esperta di formazione in ambito sociale alla Fondazione Franco Demarchi

Laura Ravanelli, coordinatore generale Fondazione Franco Demarchi

 

LE FORME ESPRESSIVE DELL’HIP HOP Laboratorio 

“Attraverso un lavoro di gruppo si sono individuati alcuni degli elementi principali di valenza pedagogica riscontrabili nella cultura hip-hop: l'importanza del fare mosso da ricompensa intrinseca, il gruppo come risorsa di mutuo aiuto e protezione, la narrazione come spazio di significazione, il valore del mixing inteso come connessione di elementi eterogenei, l'approccio attivo alle tecnologie Si è trattato di un interessante lavoro di co-costruzione del sapere e la presenza ad esempio di alcuni insegnanti di scuola primaria ha portato a ragionare su come questo approccio possa essere efficace non solo nel lavoro con gli adolescenti ma anche con i bambini.

Gli strumenti espressivi della cultura hip-hop si caratterizzano in quanto spazi di libertà, ambiente non-giudicante dove è possibile per chi li pratica riporre senza filtri elementi significativi del proprio vissuto, contenuti e trasformati dalla cornice fornita dalle regole delle stesse pratiche espressive. Dare forma al proprio vissuto nel contesto hip-hop vuol dire relazionarsi con la metrica e il ritmo nei testi rap, la forma della lettera e i limiti degli strumenti per dipingere nel writing, quelli del corpo e delle tecniche di ballo nel breaking. Si è ragionato su come, a causa delle caratteristiche specifiche di queste forme artistiche, si tratta di confini in movimento, capaci di tenere insieme elementi sconnessi, liquidi. Nell'hip-hop ci si trova di fronte a forme-flusso (quali quella del remix), particolarmente adatte a creare struttura (e quindi supportare la creazione di significato) a partire dai vissuti frammentati tipici della società attuale.

Il laboratorio si è chiuso con la lettura del manifesto della pedagogia hip-hop in cui in forma poetica le intuizioni pedagogiche profonde contenute nella cultura hip-hop, vengono simbolicamente consegnate dagli adolescenti delle periferie a chiunque sia chiamato a vivere la sfida di abitare la complessità del presente”.

Davide Fant, si occupa di consulenza e formazione in contesti scolastici e socio-educativi

Luca Rossetti, si occupa di progettazione, gestione di interventi partecipati e di formazione